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Dal prodotto alla filiera: come cambia la competitività della moda italiana

26 Gennaio 2026
Up2you (2)

Sostenibilità e competitività: la filiera è il nuovo campo da gioco della moda italiana. L’analisi del Centro Studi Up2You mostra che su 200 aziende, solo 38 misurano l’impronta di carbonio mentre il 62% coinvolge i fornitori in percorsi ESG ancora poco strutturati.

A pochi giorni dalla chiusura di Milano Fashion Week, il settore moda torna a interrogarsi su cosa significhi oggi essere competitivi. Accanto a creatività, qualità manifatturiera e forza dei brand, emerge con sempre maggiore chiarezza un nuovo fattore discriminante: la capacità di misurare e dimostrare il proprio impatto ambientale e sociale lungo l’intera filiera produttiva.

È in questo contesto che si inserisce la nuova analisi del Centro Studi Up2You, realizzata su 200 aziende del fashion Made in Italy, che restituisce la fotografia di un comparto in trasformazione, consapevole delle sfide in corso ma ancora caratterizzato da livelli di maturità molto diversi. La sostenibilità non è più un tema di posizionamento reputazionale: diventa un elemento strutturale della strategia industriale e commerciale, sempre più richiesto da mercati, investitori e regolatori.

I dati mostrano un settore che si muove, ma con velocità disomogenee. Solo una parte delle imprese ha avviato iniziative strutturate sul fronte climatico e la misurazione degli impatti resta limitata: appena 38 aziende monitorano in modo sistematico la propria impronta di carbonio. Allo stesso tempo, secondo McKinsey & Company con BOF – The State of Fashion 2025, solo il 37% dei dirigenti prevedeva di aumentare in modo significativo gli investimenti in sostenibilità entro il 2025. La direzione è tracciata, ma la transizione non è ancora una priorità condivisa.

Il punto non è soltanto “fare” sostenibilità, è dimostrarla con dati verificabili. La ricerca evidenzia che il cuore della sfida si colloca dietro le quinte, dove nasce il valore del prodotto: la supply chain. Il 62% delle aziende considerate nello studio coinvolge fornitori e partner in percorsi ESG, ma lo fa spesso in modo non strutturato, con strumenti non omogenei o incompleti. In una filiera lunga, internazionale e frammentata, diventa complesso raccogliere dati coerenti su emissioni, materiali, chimica e condizioni di lavoro. Da qui discende la vera differenza competitiva: “chi sa misurare in modo credibile l’impatto lungo tutto il ciclo di vita del capo ottiene accesso a mercati, bandi e capitali; chi non ci riesce rischia di restare fuori. La sostenibilità non è un vincolo esterno, è la nuova chiave di volta della competitività della moda italiana. E si regge sui pilastri della filiera”
Dichiara Alessandro Broglia, Chief-Sustainability Office & Co-Founder di Up2You.

Anche il contesto normativo spinge nella stessa direzione. Tra CARD, Green Claims Directive, CSDD Digital Product Passport, l’Europa sta chiedendo indicatori chiari, tracciabilità operativa e responsabilità estesa lungo la catena del valore. La sostenibilità passa così dall’essere un insieme di promesse a un sistema di prove. Per il Made in Italy questo non è un freno, è un’occasione: trasformare la qualità manifatturiera in vantaggio misurabile.

Il confronto con la concorrenza internazionale lo rende ancor più evidente. La ricerca mostra che in diversi Paesi del Sud-Est asiatico, come India, Vietnam e Bangladesh, i fornitori stanno alzando rapidamente gli standard ESG, investendo in tecnologie per la tracciabilità e adottando certificazioni riconosciute come ISO 14001 o SA8000. Questa evoluzione riduce il divario competitivo basato sui costi e rende decisiva la capacità italiana di dimostrare, oltre che dichiarare, le proprie performance lungo la filiera.

Chi guida e chi rincorre: le quattro velocità della moda italiana

La mappa tracciata dallo studio racconta un ecosistema a più velocità. I Pionieri (35 aziende) integrano già la sostenibilità in modo strutturato: misurano le emissioni lungo la filiera, usano materiali certificati e pubblicano bilanci trasparenti. Nel cluster dei Wannabe (54 aziende) si collocano brand con progetti concreti su tracciabilità e materiali responsabili, ma ancora da completare in termini di standardizzazione e verificabilità dei dati. Il gruppo più numeroso è quello dei Comunicatori (74 aziende): aziende che hanno portato la sostenibilità al centro del marketing, ma non sempre riescono a supportare le dichiarazioni con indicatori misurati e certificati. Infine, gli Emergenti (36 aziende) includono numerose PMI e realtà artigiane che incarnano l’identità creativa del Made in Italy, ma sono solo all’inizio nella raccolta dati ESG e nei sistemi di governance. È una fotografia sincera: l’Italia dispone di eccellenze riconosciute e, allo stesso tempo, di una lunga coda che deve accelerare soprattutto su misurazione e trasparenza.

In questo quadro, il messaggio centrale della ricerca è netto, come dichiara Broglia “Prima si misurano gli impatti, poi si comunica. Le norme europee contro i green claims vaghi vanno in questa direzione e l’inazione non è più un’opzione. Anche il ritorno dei dazi sta cambiando le rotte del commercio: l’accesso ai mercati non sarà più assicurato dalle sole dinamiche di prezzo. La sostenibilità diventa quindi un passepartout industriale e commerciale. Per la moda italiana questo è un vantaggio: abbiamo una qualità che il mondo ci riconosce, e oggi possiamo dimostrarla con dati e trasparenza lungo tutta la filiera. Se sapremo farlo, la nostra eccellenza resterà protagonista della scena globale.

—

Eleonora Lavoratore

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